In missione, nella vita e nel cuore delle persone
Il maestro è nell’anima, canta in uno dei suoi meravigliosi brani il geniale Paolo Conte. Il mio maestro, cioè la mia missione nella vita, ciò che mi guida e che governa il mio modo di essere e di esserci, è invece nel cuore. Più o meno anima e cuore, in una visione psico-emotiva e spirituale, sono in definitiva la stessa cosa, come ci insegna un’altra canzone, stavolta napoletana. Senonché il mio peculiare modo di intendere il cuore è anche in senso fisico, il cuore che batte, che pulsa, che ritma e cadenza il vivere. Questa è la missione che mi sono trovato a portare avanti e per la quale vivo e opero, in senso anche strettamente chirurgico. Ecco perché il mestiere del cardiochirurgo pediatra è per me qualcosa di speciale, avendo oltretutto a che fare con vite ancora in attesa di sbocciare pienamente. E questo mestiere è fotografato e condensato in una frase del mio maestro professionale, Carlo Marcelletti: «Nella realtà, quando il percorso diagnostico-terapeutico si complica, quando nulla appare chiaro e i pezzi del puzzle sono scomposti, impazziti, il cardiochirurgo è solo. Non c'è nessuno che riflette fino allo spasimo, fino a farsi male. Nessuno che si coltiva, che si spinge nella ricerca intensa e difficile, dolorosa e piacevole della verità. Percorrere questo sentiero virtuoso e l'unico modo che conosciamo per sentirci culturalmente vivi nella costante ricerca della verità».
La nostra verità è la vita, da recuperare, da riprendere per i capelli, da ripristinare nella sua migliore e ottimale modalità espressiva. Da tornare a fare scorrere in un bambino o una bambina, in ragazzi e adolescenti che chiedono di poter intraprendere il loro cammino nel mondo. Questo sentiero, questa ricerca di “verità”, accompagna incessantemente il cardiochirurgo nel proprio ospedale e in tutti quei luoghi dove c’è bisogno della sua professionalità.
Ogni missione ha i propri indelebili ricordi, spesso felici ma qualche volta anche tristi, perché in questo mestiere sempre in equilibrio tra il successo e l’insuccesso nulla è scontato e non sempre riusciamo a vincere le nostre battaglie. Uso il plurale perché è la squadra di anestesisti, perfusionisti, nurse e cardiologi dell’ospedale Niguarda la protagonista di questi viaggi della speranza e della vita, in missione con me negli anni insieme a tanti altri colleghi provenienti da diverse strutture Italiane e internazionali.
Va dove ti porta il cuore si declina così anche nel viaggiare, all’insegna della solidarietà umana che illumina il nostro modo di sentire e di agire, per portare speranza e insegnamento nei Paesi in via di sviluppo. In questo ambito, la mia prima esperienza di volontario è stata nel 1997 in Kenya con un progetto delle Nazioni unite. Era la prima volta che mi recavo in Africa. Da quel momento ho capito che potevo fare qualcosa anche io per questi bimbi lontani e vicini nello stesso tempo.
Mission Bambini, che ho conosciuto poi successivamente, ancora non esisteva, ma nel frattempo andai in missione sanitaria in Albania al confine con il Kosovo nel 1999, durante la guerra, non come cardiochirurgo, ma come medico volontario. Fu lì che, tra i profughi, incontrai una bambina che mi colpì profondamente. Ricordo che aveva le labbra bluastre, non riusciva a stare al passo con i compagni e si affaticava per qualsiasi sforzo. Osservandola attentamente, le diagnosticai una tetralogia di Fallot e fortunatamente riuscimmo a portarla in Italia per il necessario intervento chirurgico. Quando, dopo l’intervento, la riaccompagnammo nuovamente a casa i genitori e i fratelli stentavano a riconoscerla per come era cambiata. La gioia fu immensa, per tutti.
Nel 2008 è finalmente iniziata la mia storia con Aiutare i Bambini divenuta poi Mission Bambini. Un vero e proprio trampolino di lancio nella dimensione piena della solidarietà. Ricordo che la mia prima missione si svolse in Uzbekistan, dove sono poi ritornato diverse altre volte. La memoria mi riporta ancora oggi alla piccola Nurbanu Alimova, una bimba nata proprio nei giorni in cui ci trovavamo lì. Se fosse nata in qualche altro momento non sarebbe sopravvissuta, perché aveva una trasposizione delle grandi arterie. Una benedizione, la nostra presenza, perché potemmo fare un intervento di correzione che nessuno aveva mai fatto prima in quel Paese. Proprio ora, dopo dodici lunghi anni, lo scorso mese, recandomi nuovamente a Tashkent l’ho potuta ritrovare e mi sono profondamente commosso nel vederla cresciuta e felice, insieme ai suoi genitori.
Sempre a Oriente, sono stato in Cambogia. Era il 2010 quando giunsi a Siem Reap la prima volta. Appena sceso dall’aereo, corsi subito in ospedale dove mi fecero trovare due bambini già pronti in attesa in sala operatoria. Non ero preparato per una missione cardiochirurgica completa, ma nonostante i pochi mezzi a disposizione io con i colleghi locali, riuscimmo a operarli, con un intervento palliativo. Ciò ha permesso a questi due bambini di crescere ed essere poi sottoposti a un pieno intervento di correzione, effettuato durante una nostra successiva missione. Conservo la foto di questi bimbi nel mio studio e ogni volta che la guardo mi domando ancora come riuscimmo a operarli con quei pochi mezzi di cui disponevamo.
La nostra verità è la vita, da recuperare, da riprendere per i capelli, da ripristinare nella sua migliore e ottimale modalità espressiva. Da tornare a fare scorrere in un bambino o una bambina, in ragazzi e adolescenti che chiedono di poter intraprendere il loro cammino nel mondo. Questo sentiero, questa ricerca di “verità”, accompagna incessantemente il cardiochirurgo nel proprio ospedale e in tutti quei luoghi dove c’è bisogno della sua professionalità.
Ogni missione ha i propri indelebili ricordi, spesso felici ma qualche volta anche tristi, perché in questo mestiere sempre in equilibrio tra il successo e l’insuccesso nulla è scontato e non sempre riusciamo a vincere le nostre battaglie. Uso il plurale perché è la squadra di anestesisti, perfusionisti, nurse e cardiologi dell’ospedale Niguarda la protagonista di questi viaggi della speranza e della vita, in missione con me negli anni insieme a tanti altri colleghi provenienti da diverse strutture Italiane e internazionali.
Sono passati ormai venticinque anni dalla fondazione di questa ETS e il programma Cuore di Bimbi compie il suo ventesimo compleanno. In questi anni abbiamo eseguito più di 70 missioni e operato migliaia di bambini. Oltre a quelli citati, ci siamo recati in tanti altri Paesi: Zambia, Zimbabwe , Uganda, Tanzania, Kenia, Eritrea, Albania, Kosovo, Romania, Armenia, Nepal, Myamar. Non abbiamo confini, il mondo non ha limiti in questo programma in cui credo particolarmente e che mi riempie di orgoglio, realizzandomi ulteriormente anche dal punto di vista professionale. Contribuire a dare a una struttura ospedaliera e, talvolta a un intero Paese in via di sviluppo, la possibilità di avanzare nella propria autonomia e di incominciare ad operare i bambini senza più dipendere da aiuti esterni è come aver piantato un seme che poi diventerà una pianta rigogliosa.
Naturalmente siamo impegnati anche in Italia per fornire istruzione e compiere interventi chirurgici. A partire dall’ospedale in cui lavoro,l’Ospedale Niguarda, nel quale è in via di costruzione Casa Cuore di Bimbi: un luogo dove ospitare i genitori dei nostri piccoli pazienti italiani e stranieri. Per realizzare questo progetto non cesserò mai di chiedervi un aiuto e un supporto, per far sì che si completi e decolli nel miglior modo possibile. Tra le nostre più ricorrenti esigenze va ricordato anche il continuo bisogno di materiale sanitario, così come la copertura dei biglietti di viaggio e di soggiorno per la nostra équipe. Investire in solidarietà nel progetto Cuore di Bimbi vuol dire salvare vite di bambini cardiopatici. Venite anche voi dove vi porta il Cuore



